Testo della lettera di Osvaldo Licini a Francesco Balilla Pratella del 17 settembre 1913

Monte Vidon Corrado, 17 settembre 1913

Maestro Pratella,

eccole il primo di una ventina di racconti che ho scritti queste vacanze. Sono tutti di questo sapore: tutti invasati da un cinismo brutalissimo. Legga questo: poi lo faccia leggere a Vespignani.

Se lo troverà abbastanza originale da poter essere pubblicato sulla Lacerba, la prego, ella avrà modo di farmelo pubblicare e di garantire, con due righe, presso la direzione di Lacerba, la mia autenticità di futurista convinto, vecchio e disinteressato. Grazie.

Adesso mi sono rimesso a dipingere. faccio del paesaggio arabesco. La riverisco Maestro Pratella e la saluto. Dev.

Licini Osvaldo

Saluti Vespignani e che mi scriva. Peccato che non ci fui anch'io quel giorno insieme a Morandi

Testo della lettera di Osvaldo Licini a Giovanni Scheiwiller del 5 gennaio 1933

Monte Vidon Corrado, 5 gennaio 1933

Preg.mo Sig. Scheiwiller,

ieri Le ho spedito il quadro franco domicilio a grande velocità. Ho fermato il coperchio con viti, così potrà aprire la cassa facilmente. In un angolo del dipinto ho incollato un numero. Come si legge il numero va visto ed appeso il quadro. Misura 90X63. Il titolo è Un uccello che risulta dal calcolato incontro di tre triangoli (bianco rosso nero) su una stessa direttrice. La profondità è data da due piani grigi del fondo. Nell'insieme, un ritmo semplice di geometria piana. Vedrà. È un pò l'uovo di Colombo. Plasticamente mi sembra stia bene in piedi, e per quanto poco apparente, ne emana un certo incanto... La cassa in cui si trova collocato potrebbe essere la sua cornice. Ho eseguito quattro varianti su questo tema nel mese di dicembre. Le ho inviato la più sobria. Il quadro quando è partito non era ancora asciutto. Sono convinto che la pittura astratta che è sul nascere darà uno stile a questo secolo. Tutto il resto non è che rimasticatura dell'800. Nel quadro che Le ho mandato troverà ancora qualche residuo "metafisico" questa scoria romantica, di cui spero liberarmi presto completamente. Se trovasse il quadro completamente nullo o insufficiente me lo dica francamente. Io ne invierò immediatamente un altro e se vuole uno dei miei vecchi, del quale potrei mandarLe prima a vedere una fotografia. Ho ricevuto il suo biglietto e La ringrazio per la sua infinita cortesia.

Le rinnovo gli auguri pel 1933

e mi creda con i più cordiali saluti

suo Licini

Testo della Lettera aperta al Milione scritta da Osvaldo Licini, 1935

Noi non ci conosciamo, amici del Milione. Per caso ci siamo trovati in quella nona saletta della Quadriennale dove la gente passa allegra, indignata o indifferente. E ci siamo subito riconosciuti fratelli in spirito. E mi avete invitato ad esporre a Milano.

Vi confesso che lo faccio un poco malvolentieri. Alle vostre insistenze mi sono piegato per quella disciplina che impone la nostra regola. E poi vi avverto che i miei capolavori sono ancora tutti da fare. Ne tengo più d’uno in cantiere, ma non sono ancora pronti per scendere in mare.

Dunque fino a quattro anni fa ho fatto tutto quello che ho potuto per fare della buona pittura dipingendo dal vero. Poi ho cominciato a dubitare. Dubitare non è una debolezza, ma è un lavoro di forza, come forgiare, ha detto Cartesio. E mi sono convinto che facevo, come fanno ancora tanti, della pittura in ritardo, superatissima, fuori del tempo e contraria alla sua vera natura, che non è: imitazione. La pittura è l’arte dei colori e delle forme, liberamente concepite, ed è anche un atto di volontà e di creazione, ed è, contrariamente a quello che è l’architettura, un’arte irrazionale, con predominio di fantasia e immaginazione, cioè poesia. Allora ho preso 200 buoni quadri che ho dipinti dal vero e li ho portati in soffitta.

E da quattro anni i miei quadri me li sono cominciati a inventare. Dicono i preti che io faccio adesso della pittura cerebrale. Che cosa dovremmo fare, la pittura intestinale? Anche la loro sensazione è un fenomeno di attività centrale, cerebrale. E allora? Dicono pure (in malafede) che la nostra è pittura decorativa. Se la nostra è pittura decorativa, la loro pittura è scenografica, fotografica o grottesca. E siamo pari. A che serve un quadro se non a superdecorare un muro, rallegrare una parete? Questa è la sua funzione, la sua sola giustificazione. D’accordo, sarà anche un’opera di poesia. E questo noi faremo adoperando libere forme e colori. Dimostreremo che la geometria può diventare sentimento, poesia più interessante di quella espressa dalla faccia dell’uomo. Quadri che non rappresentano nulla, ma che a guardarli procurino un vero riposo per lo spirito.

Una cosa è certa: noi non faremo più della pittura come piace a Ojetti, archeologica, o imitativa come le scimmie. A quella vecchia favola della pittura imitativa noi tireremo il collo. E a tutti i critici da salon.

OSVALDO LICINI

 

Nota:

La Lettera aperta al Milione di Osvaldo Licini fu pubblicata sul Bollettino della Galleria del Milione, Milano (Bollettino n. 39, 19 aprile - 1 maggio 1935), Tipografia "Economica", Abbiategrasso.

Il riferimento, nel documento, alla "nona saletta della Quadriennale" è nei confronti della sala IX della II Quadriennale d'arte nazionale, Roma, 1935: in questa sala, oltre a Licini, esposero anche, tra gli altri, Lucio Fontana, Atanasio Soldati, Mauro Reggiani.

Testo della lettera di Osvaldo Licini a Franco Ciliberti del 22 novembre 1938

Monte Vidon Corrado, 22 novembre 1938

Caro Franco,

ti mando i miei monti, e tu mandami i tuoi “creatori” ma ricordati.

Accetto l’invito per la mostra Dedalo. Al Milione fatevi dare l’Archipittura sul fondo nero, Archipittura su fondo rosso, e Addentare.

Ti abbraccio,

Licini

 

Testo della lettera di Osvaldo Licini a Franco Ciliberti del 1° febbraio 1941

Monte Vidon Corrado, 1° febbraio 1941

Caro Ciliberti,

ti scrivo dalle viscere della terra, la “regione delle Madri” forse, dove sono disceso per conservare incolumi alcuni valori immateriali, non convertibili, certo, che appartengono al dominio dello spirito umano. In questa profondità ancora verde, la landa dell’originario forse, io cercherò di recuperare il segreto primitivo del nostro significato nel cosmo. Perciò estinzione del contingente, per ora. Voi non mi vedrete così presto a Milano, né con la spada, né con le larve, né con gli emblemi. Cessato il pericolo, non dubitate, riapparirò alla superficie con la “diafanità sovraessenziale” e “senza ombra”. Solo allora potrò mostrarti le mie prede: i segni rari che non hanno nome; alfabeti e scritture enigmatiche; rappresentazioni totemiche, che solo tu con la tua scienza potrai decifrare.

Quella sarà la nostra ora. Ti ringrazio e ti abbraccio

Licini

Testo della lettera di Osvaldo Licini a Giuseppe Marchiori del 24 marzo 1943

Monte Vidon Corrado, 24 marzo 1943

Carissimo Marchiori,

sono contento di sapervi a Venezia felicemente ritornato nella casa paterna, intero e fatto uomo, cioè fango, nel senso biblico, s’intende. Ed ora che siete tornato “uomo” da tale fango, non resta che purificarvi, o meglio, come direbbe Nietzsche, superarvi.

Ma che cosa è l’uomo?

Mi rincresce, ma nemmeno Nietzsche ha saputo rispondere a questa domanda.

Vivere, allora, andare al di là di noi stessi, trascendersi. Ecco perché ancora viviamo, con questa speranza. Delle mie tre persone della mia santissima trinità, la errante, la erotica, la eretica, le prime due, durante la vostra assenza, se ne sono andate. Non resta che la terza elevata al cubo. E è quella che vi parla. Voi sentite che la voce non è cambiata. Voi sapete che il vostro silenzio ebbe un tremendo significato. Perciò non c’è niente da scusare, era semplicemente necessario.

Adesso potremo incontrarci o scontrarci, duri e fatti uomini, sulle soglie della Basilica di San Marco o a l’ombra del campanile di Monte Vidon Corrado.

Sarò curioso di conoscere la vostra veridica istoria.

Intanto potrete continuare a scrivermi; risponderò puntualmente.

Credo avremo ancora molte cose da dirci. Sicuro, niente è finito, tutto deve ricominciare. Di nuovo mi congratulo per il vostro felice ritorno.

Tanti auguri, vi auguro una buona ripresa di lavoro, un sacco di belle cose, fra le quali quella di rivederci. Anche mia moglie vi saluta.

Vi abbraccio e credetemi vostro aff.mo

Licini

P.S. Non vi parlo del mio lavoro. Chi vivrà, vedrà.

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Testo della lettera di Osvaldo Licini a Francesco Balilla Pratella del 17 settembre 1913