30 Settembre 2022

La notte senza arcangelo

C’è un filo particolare che lega tra loro due dipinti giovanili di Licini; non soltanto perché entrambi sono stati realizzati nel 1919 e hanno colori molto simili.

Non mi risulta che Licini avesse dato un titolo a queste opere o che le avesse esposte; dopo la morte dell’artista sono peraltro divenute note con i titoli di  “Arcangelo Gabriele” e di “Arcangelo” (1).

Credo, tuttavia, che esse non condividano il tema dell’”arcangelo”; si tratta anzi di un tema che, a mio avviso, è assente in entrambe (2).

Ciò che soprattutto le accomuna, semmai, è la medesima atmosfera; come se fossero state ispirate da una stessa riflessione.

 

La notte di Bruto

 

A partire dalla morte di Licini, avvenuta nel 1958, il dipinto solitamente noto come “Arcangelo Gabriele” (oppure talvolta indicato come “Angelo Gabriele”) è stato spesso esposto (3).

 

Osvaldo Licini, cosiddetto “Arcangelo Gabriele”, 1919 (ripreso successivamente)

 

Nell’opera è raffigurato un personaggio che appare vestito come un antico romano; il personaggio si trova su una rupe ed è intento a trafiggersi con una spada.
Nel cielo sono presenti alcune nuvole e la luna che fa capolino da dietro un monte.

Guardando la scena rappresentata nel dipinto mi pare francamente difficile pensare alla figura dell’Arcangelo Gabriele.

La scena, semmai, mi sembra ricordare quella descritta da Giacomo Leopardi nella canzone intitolata “Bruto minore”: “Quando nell’alto lato L’amaro ferro intride, E maligno alle nere ombre sorride” (4); è la narrazione del suicidio di Bruto, uno degli assassini di Cesare. La vicenda si svolge in una notte rischiarata dalla luna.

Bruto prova una grande solitudine, si sente abbandonato; pensa che gli dèi siano indifferenti alla sua sorte e a quella dell’umanità intera (5).

 


La notte del Getsemani

 

L’altra opera, esposta spesso dopo la morte di Licini, è di solito nota come “Arcangelo” (è stata pure indicata come “L’angelo”): anche in questo caso, tuttavia, mi è difficile pensare alla rappresentazione di una figura angelica.

 

Osvaldo Licini, cosiddetto “Arcangelo”, 1919 (ripreso successivamente)

 

Nell’opera sono presenti due personaggi: uno fugge, l’altro sembra un antico soldato romano.

La scena è rischiarata da un astro che è contornato da nuvole.

Il personaggio che fugge appare nudo; mi sono chiesto chi possa essere.

La mia ipotesi è che si tratti di una figura descritta nel Vangelo secondo Marco: quella del giovane che fugge nella notte del Getsemani. Racconta Marco che quando Gesù, nella notte, fu arrestato “… tutti, lasciatolo se ne fuggirono. 51 E un certo giovane lo seguitava, involto d’un panno di lino sopra la carne ignuda; e i fanti lo presero. 52 Ma egli, lasciato il panno, se ne fuggì da loro, ignudo” (6).

Nel dipinto il soldato potrebbe essere proprio uno di coloro ai quali il giovane sfuggì; l’astro contornato da nuvole fa pensare a una luna piena (e, per l’appunto, l’episodio della notte del Getsemani avvenne durante il plenilunio collegato alla Pasqua ebraica).

Già almeno nel 1913 Licini aveva una copia della Bibbia  (7). Inoltre, pochi anni prima di realizzare questo dipinto, l’artista fu ricoverato all’ospedale militare di Firenze per una ferita riportata durante la Prima guerra mondiale: durante la degenza si dedicò con interesse alla lettura del Vangelo (8).

Se, come da me ipotizzato, il dipinto allude a quella notte, c’è da chiedersi come mai Licini avesse scelto di soffermarsi proprio sulla fuga di quel giovane.

Cerco di  dare la mia risposta. Dopo quella fuga Gesù resta solo; si sente abbandonato da tutti, persino da Dio.

Massimo Recalcati ha scritto che “… il silenzio di Dio appare nella sua natura piú scandalosa proprio nella notte del Getsemani perché è in quell’occasione che Gesú fa, per la prima volta nel corso della sua vita, esperienza del silenzio del Padre” (9).

Alfred de Vigny, in un poema dedicato alla notte del Getsemani, parlò di “eterno Silenzio della Divinità” (10).

Rudolf Steiner mostrò particolare interesse per la solitudine di Gesù in quella notte e per la figura del giovane che fugge (11).

Credo che anche Licini avesse riflettuto su quella solitudine e su quel silenzio di Dio.

Il Bruto di Leopardi e Gesù, seppur così diversi, condividono l’esperienza di sentirsi soli e abbandonati da tutti, persino dalla Divinità; un’esperienza che entrambi vivono in una notte rischiarata dalla luna.

Forse è proprio questa la riflessione che ispirò Licini quando dipinse le due opere.

 

Lorenzo Licini

 

(1) L’artista ha successivamente ripreso questi due dipinti.

(2) A proposito dell’”Arcangelo Gabriele” e del suo possibile rapporto con il “Bruto minore” di Leopardi si veda anche il mio scritto intitolato “Arcangelo Gabriele o Bruto?” pubblicato il 29 maggio 2019 tra le notizie del sito osvaldolicini.it. Per quanto riguarda l’’’Arcangelo” avevo già fatto un riferimento alla notte del Getsemani nello scritto dal titolo “Ipotesi per Arcangelo” pubblicato il 9 aprile 2020 tra le notizie del sito osvaldolicini.it. L’unico dipinto di Licini degli anni Dieci che rappresenta una figura angelica è, secondo me, “Soldati italiani” del 1917: si tratta, in particolare, di un angelo che cade (rimando, sul punto, al mio scritto intitolato “I Soldati italiani, la caduta di Lucifero e Dante” pubblicato il 30 giugno 2019 tra le notizie del sito osvaldolicini.it.).

(3) Ad esempio l’opera fu esposta con il titolo di  “Angelo Gabriele” nella mostra personale di Osvaldo Licini, curata da Giuseppe Marchiori, che si tenne ad Ancona nell’ambito del Premio Marche 1960.

(4) Licini amava leggere Giacomo Leopardi: per qualche tempo, negli anni Venti, lavorò al progetto di illustrare un libro sul poeta, progetto che fu però abbandonato. “Bruto minore” è una canzone scritta da Leopardi nel 1821.

(5) Vi è stato anche chi ha visto, nel “Bruto minore” di Leopardi, “… il bando della rivolta contro il Demiurgo. L’uomo è chiamato a rovesciare l’intero senso della vita: non è più da riverire il decreto dell’Autore del mondo, ma anzi è da contrastarlo fermamente. La giustificazione del suicidio è solo pretesto a levarsi al tema supremo: il disvelamento che dietro la maschera di una deità sollecita del bene umano, si cela in realtà un ‘tenebroso ingegno’, che perseguita e tiene schiavo l’uomo, oggetto di ‘celesti odi’”: così scrisse Adriano Lanza in “Leopardi e la tramutazione dell’uomo”, Prefazione di Carlo Ernesto Meriano, Solfanelli, Chieti, 1992, pagg. 30-31.

(6) “Evangelo di San Marco”, Capo XIV,  50-52 in “La Sacra Bibbia ossia L’Antico e il Nuovo Testamento tradotti da Giovanni Diodati”, Tipografia Spottiswoode E Cia, Londra, pag. 781. L’artista aveva una copia di questa Bibbia e all’interno della stessa aveva scritto: “O Licini 1913”.

(7) Si veda la nota 6.

(8) Si legga, al riguardo, quanto scrisse padre Antonio Giancamilli, che conobbe l’artista, in “Osvaldo Licini”, a cura di Luigi Dania, Carlo Ferrari, Germano Vitali, Tipografia Cruciani, Servigliano, 1978.

(9) Massimo Recalcati, “La notte del Getsemani”, Einaudi, Torino, 2019, pagg. 66-67.

(10) Alfred de Vigny, “Il Silenzio” in Alfred de Vigny, “Poemi antichi e moderni I destini”, Introduzione, traduzione e note di Lanfranco Binni, Garzanti Libri s.p.a., Milano, II edizione luglio 2010, pag. 353. “Il Silenzio” è una strofa che de Vigny aggiunse al suo poema intitolato “Il monte degli ulivi”.

(11) Rudolf Steiner, “Il Vangelo di Marco”, Traduzione di Emmelina de Renzis, Conferenza IX, Tipheret Gruppo Editoriale Bonanno S.r.l., Acireale, 2021, pagg. 163-180.